La guarigione e il sorriso di Scovia

XIII lettera del dott. Ciantia

Kalongo, settembre 2016

“Yat Acholi

Scovia Atimango è in Ospedale dal 4 febbraio scorso. All’ammissione si dubitava della sua sopravvivenza; dopo un mese si pensava di amputare la gamba. 

Ha avuto una gravissima infezione chiamata “fascite necrotizzante”, che da una piccola ferita nel piede le ha invaso tutta la gamba e poi la coscia, fino alla parete addominale.

Gli antibiotici e la chirurgia dei tessuti morti hanno fermato la progressione della malattia. Le ho chiesto come la malattia era iniziata: “Yat Acholi: I stepped on local medicine” (ovvero “Medicina acholi: ho camminato su una medicina maligna”).

La rapidità dell’insorgenza, la gravità della progressione e la modalità di presentazione del male effettivamente avrebbero fatto pensare il peggio e invece ce l’ha fatta.

Aveva il 40% di possibilità di morire ed il suo piccolo Erik sarebbe stato l’ennesimo orfano. Invece le cose sono andate diversamente: mentre Erik scappava lesto verso l’avventura della vita ed esplorava l’Ospedale, Scovia stava guarendo pian piano. 

Lei e il suo Erik Rubangakene facevano parte dell’Ospedale. Ci sono dei volti che si incontrano ogni giorno e che diventano simbolici.

Li incontravo ogni giorno. Il mio ufficio si affaccia sulla Chirurgia e ogni volta che mi recavo in qualche altro dipartimento, reparto o amministrazione, incontravo Scovia, seduta, con la schiena appoggiata sulla parete appena dipinta del reparto, insieme al suo piccolo. Non risparmiava il suo sorriso mesto perché sapeva che la via per la guarigione è lunga e la gamba non sarà da sfilata di moda. Eppure sorrideva, lieve, e così mi faceva iniziare bene la giornata… anche se Erik mi continuava a guardare con sospetto. Poi la svolta.

20160829_100354Red carpet

Poche settimane fa è stata dimessa e si è avviata sul suo tappeto rosso, sul sentiero di terra rossa verso casa.

Non c’erano paparazzi, né fan. C’era solo lei. Non era mai stata così elegante!

Mi hanno detto che era bella e sorridente nell’incedere lento, con una maglietta grigia e una gonna al ginocchio di un vivace disegno di frutta tropicale. Il bastone le serviva per sostenersi ed evitare di caricare troppo il ginocchio ancora rigido e debole. Esibiva il polpaccio con gli esiti cicatriziali.

Finalmente tornava dopo sette mesi di ospedale alla sua capanna e alla sua famiglia. Ora può camminare ha un volto luminoso e potrà inseguire il suo Erik: non come quando, vivace e birichino, fuggiva ovunque e lei non poteva camminare o alzarsi dal letto.

Non è stato un red carpet da magazine o da riviste alla moda, ma Scovia si sentiva una star! Un desiderio compiuto di tornare a casa, sulle proprie gambe e finalmente un sorriso e uno sguardo senza quel fondo di tristezza che la rendeva così unica.

Un sorriso che spero di rivedere presto, ma anche di vedere su tanti altri volti, mentre sfilano sul nostro red carpet, verso casa. 

Il sorriso di Scovia mi ha ridato le ali. Abbiamo bisogno di questa gioia. Ogni giorno!”

 

Dr. Filippo Ciantia
CEO Dr. Ambrosoli Memorial Hospital

 

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Buon rientro a scuola!

Buon rientro a scuola!

XII lettera del dott. Ciantia

Kalongo, settembre 2016

“Il clima di questo paese è uno dei più piacevoli nel mondo. Area tropicale, altipiano a circa 1.000 metri di altitudine, temperature piacevoli e regolari, piove quel giusto (almeno per ora).

Mi piace molto al mattino presto godere la brezza che quasi sospinge dalla rocca verso la chiesa. Ci vuole un golfino, perché vengono i brividi.

Mercoledì andando verso la chiesa incrocio due bambinette, magre e appiccicate, che andavano a scuola. Coperte e legate da un solo golfino, logoro e rabberciato.

Ho pensato alle parole del poeta Eliot, che cerca di descrivere il degrado della povertà e della disoccupazione* : Continua a leggere

I meeting di lavoro

I meeting di lavoro

XI lettera del dott. Ciantia

Kalongo, luglio 2016

“Avendo un ruolo principalmente amministrativo, non mancano le riunioni, che a volte riempiono quasi tutta la giornata. Cerco però spesso di “fuggire” nei reparti, sia per incontrare i malati, sia per chiacchierare con il personale. Raccolgo così molte informazioni che mi aiutano a rendere concrete le discussioni di gestione.

L’Ospedale oltre ai dipartimenti curativi, ha una Scuola di Ostetricia molto stimata. Con ritmo regolare, si incontrano il personale docente della Scuola (tutors), i responsabili dei reparti e i senior nursing officer dell’Ospedale e gli studenti, che in realtà sono tutte studentesse (l’Ostetricia è ancora quasi prevalentemente una attività femminile).

Ho ricevuto l’invito alla riunione, la sera prima: ho subito notato che si menzionava l’inizio alle ore 9, ma non vi era segno dell’orario di chiusura. Non sono riuscito ad andare all’apertura perché dovevo incontrarmi con l’amministratore e il procurement officer per l’acquisto di una nuova ambulanza. Continua a leggere

Il ricordo di Grace

Il ricordo di Grace

X lettera del dott. Ciantia

Kalongo, luglio 2016

“Ogni tanto mi capita di ricordare Grace, quando facevo di tutto per andare a trovarla più spesso, sia perché penso che ne fosse lieta (il suo sorriso era sempre commovente) sia perché mi faceva bene: mi riportava a capire il motivo per cui “faccio il direttore generale” oppure guido e convoco una riunione, scrivo una relazione e rispondo alla posta.

L’Ospedale ha un solo senso: accogliere e curare chi sta male. Qui si gioca tutto e questo è il terminale logico e morale di tutto.

Il mio ufficio è proprio di fianco alla chirurgia e spesso sentivo il suo lamento quando le veniva medicata la grave ferita addominale. Mi facevano molto male i suoi gemiti!

Nell’ultimo periodo era sempre più debole. Pochi giorni prima di morire, mi aveva chiesto con un filo di voce un frutto: obwolo munu. La traduzione era veramente difficile. Si tratta di questo: coeur de boeuf. Continua a leggere

La salita al monte Oret

La salita al monte Oret

IX lettera del dott. Ciantia

Kalongo, luglio 2016

Impresa!

Il mese scorso sono arrivati dall’Ospedale Lachor di Gulu, nove ospiti: tecnici e medici che lavorano nell’ospedale fondato dai coniugi Corti. Si tratta di due figure straordinarie di cui spero di raccontare più avanti.

Volevano scalare il monte Oret. Non ero molto convinto perché avevo da fare, ma poi stamattina alle 5 mi sono svegliato e mi sono aggregato.

Dai 1104 metri di altitudine dell’Ospedale, siamo arrivati ai 1604 della cima, in poco più di un’ora. Impresa compiuta!  Continua a leggere

Triplete!

Triplete!

VIII lettera del dott. Ciantia

Kalongo, luglio 2016

“Anche in Uganda abbiamo i “ponti”. La prima settimana di giugno è stata una settima “corta”, caratterizzata da feste importanti. Mentre abbiamo lavorato il 2 giugno, pur non dimenticando la nostra festa nazionale (di cui vado immensamente orgoglioso pur cosciente del pietoso stato della nostra patria), venerdì 3 giugno, ricorrenza dei Martiri d’Uganda, abbiamo fatto grande festa.

Triplete

Il triplete non è cosa da campioni. E’ qualcosa di più. E’ unico, straordinario, irripetibile. Eppure lei da anni ci prova: ha messo in campo tutte le sue capacità. Dopo un primo tentativo giovanile (18 anni fa), ha deciso di puntare su un solo uomo, fedele, capace, con ampia esperienza, che con lei avrebbe compiuto l’impresa.

Il 22 maggio si corona il sogno, dopo anni di prove, quando ci era già andata vicinissima in due occasioni. Eccolo, il 22 maggio: il triplete. Dopo 5 figli singoli e due serie di 2 gemelli, finalmente ecco le tre meraviglie Continua a leggere

Il cielo e la terra d’Uganda

Il cielo e la terra d’Uganda

VII lettera del dott. Ciantia

Kalongo, luglio 2016

“I cieli d’Africa sono uno spettacolo che toglie il respiro. Li ho contemplati nel volo che ci ha portato qui. O all’alba.

I cieli colorano di rosso le rocce della montagna che domina Kalongo.  E dopo pochi minuti le rocce di Oret tornano nere, come il magma solidificato nei secoli. Il cielo pare una promessa di bene: per gli antichi e per la Bibbia segno di alleanza tra cielo e terra.

Come cambia la realtà guardando il cielo, cercando la sua luce e alzando lo sguardo. Guardare in alto vuol dire attenzione allo sguardo della gente, ai sorrisi dei bambini.  Continua a leggere